Cose da ragazze

La bambola a transistor (di Gianni Rodari)

Allora,  domanda il signor Fulvio alla signora Lisa, sua moglie e al signor Remo, suo cognato,  che cosa regaliamo a Enrica per Natale? Un bel tamburo,  risponde prontamente il cognato Remo.  Cosa?! Ma si, una bella grancassa. Con la mazza per picchiarci sopra. Bum! Bum!
Dai, Remo! dice la signora Lisa . Una grancassa tiene troppo posto. E poi, chi sa cosa direbbe la moglie del macellaio.  Sono sicuro, continua il signor Remo,  che a Enrica piacerebbe moltissimo un portacenere di ceramica colorata a forma di cavallo, con intorno tanti portacenerini piccini piccini, anche loro di ceramica colorata, ma a forma di caciocavallo.  Enrica non fuma,  osserva severamente il signor Fulvio.  Ha appena sette anni.
Un teschio d’argento,  propone allora il signor Remo,  un portalucertole d’ottone, un apritartarughe a forma di angioletto, uno spruzzatore di fagioli a forma d’ombrello.  Dai, Remo,  dice la signora Lisa,  parliamo sul serio. Va bene. Sul serio. Due tamburi: uno in do e uno in sol.
So io,  dice la signora Lisa,  quello che ci vuole per Enrica. Una bella bambola elettronica a transistor, con la lavatrice incorporata: una di quelle bambole che camminano, parlano, cantano, controllano le conversazioni telefoniche, captano le trasmissioni in stereofonia e fanno pipì.  D’accordo,  proclama il signor Fulvio, nella sua qualità di capofamiglia.  Io me ne infischio,  questo è il signor Remo,  e vado a letto a dormire tra due guanciali.
Scrivano Fiorentino nelle vetrine e tanti zampognari, veri e falsi, per le strade. Neve sull’arco alpino e nebbia in Val Padana.
La bambola nuova è già lì che aspetta Enrica sotto l’albero di Natale. Lo zio Remo, dunque, lo zio Remo osserva la bambola con un sogghigno.
Bisogna sapere che, di nascosto da tutti, egli compie severi studi di magia: può spaccare un portacenere di travertino con una semplice occhiata, tanto per fare un esempio. Egli tocca la bambola in due o tre punti, sposta qualche transistor, sogghigna di nuovo e infine se ne va al caffè, mentre arriva di corsa Enrica, lanciando grida di gioia, che i genitori ascoltano con delizia dietro la porta chiusa.  Bella, bella,  dichiara Enrica, al colmo dell’entusiasmo.  Ti preparo subito la colazione.
C’entra, sì. È così che fa la maestra a scuola. A chi fa bene, dieci; a chi fa male, quattro.  Perché? Perché così impara.  Mi fai ridere.  Io?
Naturale,  dice la bambola.  Rifletti. Ci sai andare in bicicletta? Certo! E quando stavi imparando e cascavi, ti davano un quattro, oppure ti mettevano un cerotto?
Enrica tace, perplessa. La bambola incalza:  Pensaci un momento, su. Quando imparavi a camminare e facevi un capitombolo, forse la mamma ti scriveva quattro sul sedere? No.  Ma a camminare hai imparato lo stesso. E hai imparato a parlare, a cantare, a mangiare da sola, ad allacciarti i bottoni e le scarpe, a lavarti i denti e le orecchie, ad aprire e chiudere le porte, a usare il telefono, il giradischi e la televisione, a salire e scendere le scale, a lanciare la palla contro il muro e riprenderla, a distinguere uno zio da un cugino, un cane da un gatto, un frigorifero da un portacenere, un fucile da un cacciavite, il parmigiano dal gorgonzola, la verità dalle bugie, l’acqua dal fuoco.
Senza voti, né belli né brutti.
Enrica lascia cadere il punto interrogativo e propone:  Allora ti lavo la testa.  Sei matta? Il giorno di Natale… Ma io mi ci diverto, a lavarti la testa.  Tu ti ci diverti, ma a me mi va il sapone negli occhi.  Insomma, sei la mia bambola e con te posso fare quello che voglio io. Capito?
Questo «capito» fa parte del vocabolario del signor Fulvio.
Sei una bambola maleducata. Non ti voglio più.  Finalmente!  dice la bambola.  Spero che adesso giocherai con le automobiline.  Neanche per sogno,  annuncia Enrica.  Prenderò la mia vecchia bambola di pezza e giocherò con quella.
Davvero! ?  dice la bambola nuova. Si guarda intorno, vede la bambola di pezza, l’acchiappa e la butta dalla finestra senza nemmeno aprire i vetri. Giocherò con il mio orsacchiotto di pelo,  insiste Enrica.
La bambola nuova cerca l’orsacchiotto di pelo, lo trova, lo butta nel bidone delle immondizie. Enrica scoppia in pianto. I genitori odono e accorrono, giusto in tempo per vedere la bambola nuova che si è impadronita delle forbici e sta tagliuzzando tutti i vestiti del guardaroba delle bambole.  Ma questo è puro vandalismo!  esclama il signor Fulvio.  Povera me,  aggiunge la signora Lisa.  Credevo di aver comprato una bambola e invece ho comprato una strega!
Entrambi si gettano sulla piccola Enrica, la prendono in braccio a turno, l’accarezzano e la coccolano, la sbaciucchiano.
Puah!  dice la bambola dall’alto dell’armadio su cui si è rifugiata per tagliarsi i capelli, che per i suoi gusti sono troppo lunghi. Ma senti,  inorridisce il signor Fulvio. Dice anche: Puah! Questa può avergliela insegnata solo tuo fratello.
signor Remo compare sulla porta, come se lo avessero mandato a chiamare. Gli basta un’occhiata per capire la situazione. La bambola gli strizza l’occhio.  Cosa succede?  domanda lo zio, fingendo di cadere da una nuvola rosa.  Quella lì, singhiozza la povera Enrica,  non vuole fare la bambola! Chi sa cosa si crede di essere.
Voglio andare in cortile a giocare ai birilli, dichiara la bambola, facendo volare ciocche di capelli da tutte le parti.  Voglio una grancassa, voglio un prato, un bosco, una montagna e il monopattino.

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