
Grazia Maria Cosima Damiana Deledda, nota semplicemente come Grazia Deledda (Nuoro, 28 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936) è stata una scrittrice italiana vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 1926.
Sposatasi nel 1900 con Madesani, si trasferì a Roma. Esordì giovanissima con novelle e romanzi, pubblicati in modesti giornali e riviste; la prima notorietà le venne dal romanzo Anime oneste (1895) a cui seguirono La giustizia, 1899; Dopo il divorzio, 1903, ristampato col titolo Naufraghi in porto, 1920; Elias Portolu, 1903; Cenere 1904; L’edera, 1908; ecc., che presentano i termini del dualismo tra il mondo del male e l’ansia del riscatto.
Le sue opere furono apprezzate da Giovani Verga e da scrittori più giovani come Enrico Thovez, Emilio Cecchi, Pietro Pancrazi, Antonio Baldini. Fu riconosciuta e stimata anche all’estero: David Herbert Lawrence scrisse la prefazione della traduzione in inglese de La madre.
La sua fama si diffuse anche all’estero; nel 1926 le fu conferito il premio Nobel per la letteratura. La sua narrativa muove dal verismo a fondo regionale e folcloristico: cronache e leggende paesane, storie di passioni elementari e di esseri primitivi.

Nel marzo del 1909 venne candidata al Parlamento italiano. Non solo si trattava della prima volta che una donna veniva candidata, ma ancora le donne in Italia non potevano votare.
Quasi dieci anni dopo la vittoria del premio Nobel, un tumore di cui soffriva da tempo la portò alla morte nel 1936 a Roma.
Grazia Deledda è un modello da cui prendere esempio. Pose le basi per l’emancipazione delle donne soprattutto grazie al premio Nobel.
La parità di genere è un obiettivo da raggiungere affinchè ci sia la parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, l’eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze e l’uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione.
Questo è l’obiettivo 5 dell’Agenda 2030